Le ballerine dominano la scena attuale. A lungo criticate e guardate con diffidenza, oggi tornano protagoniste sulle passerelle. E i grandi nomi delle sneaker, invece di temerne il ritorno, le accolgono a braccia aperte. Adidas reinventa la Taekwondo, Nike rilancia la Rift e Puma firma una nuova versione dell’iconica Speedcat. Analisi di un ritorno che va ben oltre il ballet-core.
L’era delle scarpe ibride
Nata negli anni 2000, la Speedcat torna in grande stile nel 2024 sulla scia del ballet-core, un’estetica ispirata alla danza classica, o almeno all’immaginario che ne deriva. Collant, scaldamuscoli, leggings, colori pastello: la ballerina si abbina ormai a un intero guardaroba che richiama gli studi di danza. Un ritorno che i marchi di sneaker avrebbero potuto ignorare per rafforzare lo streetwear e lo sportswear, ma che hanno invece scelto di appropriarsene. Nascono così modelli ibridi, che uniscono il comfort della sneaker alla delicatezza della ballerina. Risultato: calzature ultra-femminili, facili da indossare e perfette per la vita frenetica in città.


Per questa primavera, Puma declina la Speedcat in nuove tonalità: blu navy, rosa cipria, argento e nero. Gli elastici sul collo del piede assicurano maggiore stabilità e al tempo stesso richiamano l’universo della danza. Per l’occasione, la campagna Puma si svolge in un contesto inaspettato: addio agli studi di danza, spazio alla moquette di un open space ridotto al minimo essenziale. Ritroviamo alcuni codici del ballet-core, come i collant, mentre i look mettono in dialogo elementi più formali — come un maglione jacquard grigio — con capi più streetwear, come una giacca da jogging.
La ballerina al maschile
Se le tendenze attuali hanno riportato le scarpe eleganti — e in particolare i mocassini — al centro della scena, la sneaker non ha ancora detto la sua ultima parola. Se gli anni 2010 erano dominati da modelli imponenti, oggi si prediligono silhouette più discrete: basse, con doppia allacciatura e in tonalità sobrie.


Ma la vera sorpresa è l’introduzione della ballerina nel guardaroba maschile. I segnali della sua adozione si moltiplicano: l’attore Jacob Elordi, ma anche artisti come Harry Styles e Bad Bunny se ne sono già appropriati. La sneaker-ballerina, la calzatura ibrida per eccellenza, potrebbe conquistare anche i più scettici, offrendo la raffinatezza di una scarpa classica senza rinunciare al comfort e alla disinvoltura di una sneaker. Con questa reinterpretazione, Puma segna una nuova tappa nell’evoluzione dei codici della calzatura, dove stile e comfort si intrecciano e i confini di genere si fanno sempre più sfumati.
La ballerina, uno terreno di sperimentazione genderless
La reinterpretazione della Speedcat in versione ballerina riflette un cambiamento più ampio nelle tendenze contemporanee, dove i confini tra maschile e femminile si attenuano. Progettata per la Formula 1, un universo ultra competitivo e prevalentemente maschile, la Speedcat nasce come scarpa tecnica, performante e fortemente connotata. Vederla oggi ripensata per le donne e poi adottata anche dagli uomini racconta molto dei cambiamenti in atto nella moda e nella società.
Un’evoluzione più che evidente nel guardaroba maschile. Se per anni le sneaker, spesso voluminose e colorate, sono state le protagoniste assolute dello stile maschile, oggi ritroviamo la stessa tendenza che si sta delineando nel womenswear: la ricerca di sobrietà si impone. La sneaker-ballerina risponde perfettamente a questa estetica: discreta ed essenziale, permette di introdurre un tocco sofisticato senza rinunciare al comfort.
Al di là delle personalità pubbliche, questo fenomeno riflette una trasformazione sociale più ampia: le generazioni Z e i Millennials non esitano più a ridefinire i codici di genere. La sneaker-ballerina diventa così un simbolo, un oggetto di moda che supera le categorie tradizionali e incarna una nuova libertà espressiva nel guardaroba maschile. La Speedcat ballerina non si limita più a un riferimento al ballet-core, ma dimostra come oggi uomini e donne avanzino allo stesso passo.
Articolo di Julie Boone.







