Il nero di Comme des Garçons vive

Ago 29, 2025 | Brands, Fashion

Fino agli anni ‘80 il nero era considerato un colore assente, invisibile. Con Rei Kawakubo diventa un linguaggio autonomo, terreno di sperimentazione e trasgressione. Per Comme des Garçons, questo “non-colore” si trasforma in un manifesto: una base fertile per volumi inediti, silhouette enigmatiche e creazioni sospese tra moda e arte contemporanea. Un’estetica radicale in cui il nero, tutt’altro che neutro, si rivela vibrante, mutevole e soprattutto indisciplinato.

Quando Comme des Garçons debutta a Parigi nel 1981, in occasione della sua prima Fashion Week, la moda giapponese non è ancora un fenomeno globale. Sei anni dopo l’apertura della sua prima boutique a Tokyo, Rei Kawakubo scuote la capitale francese con un vento di rivoluzione che non si è mai placato.

Il messaggio è chiaro fin dalla prima sfilata: palette cromatica ridotta, tagli asimmetrici, tessuti volutamente logori. Lo shock è immediato. Il nero si impone come un grido silenzioso. La stampa parla di “Hiroshima chic”: una formula discutibile, ma che riflette il terremoto culturale scatenato da Kawakubo. Nel giro di poche stagioni, la designer diventa l’icona dell’anti-fashion caratteristica degli anni ‘80, che non cerca di sedurre, ma di interrogare.

Sovvertire i codici: l’abito come linguaggio

L’universo Comme des Garçons riflette una volontà precisa: quella di decostruire il concetto stesso di abito. Rei Kawakubo non segue le tendenze, le contesta, le smonta e le ricompone a modo suo.

Il corpo non deve essere valorizzato, deve essere decostruito. Si aggiungono volumi, si alterano le linee, si gioca con le asimmetrie. L’abito diventa rituale, finendo con il ricordare l’abbigliamento monacale.

La collezione “Dress Meets Body, Body Meets Dress” del 1997 esprime questa riflessione potente sul corpo femminile e sulla maternità. Silhouette pompose, protuberanze artificiali, forme inattese. Il corpo si trasforma in medium, superficie di sperimentazione.

Negli anni ‘80 la critica conia l’espressione “New Wave Beauty” per descrivere la poetica di Rei Kawakubo: una bellezza decentrata, grezza, percepita come insolita rispetto ai canoni estetici occidentali. Perché per Comme des Garçons, l’abito è anche politica, sospeso tra sociologia, arte contemporanea e ricerca tessile.La performance finirà con lo spingersi al di là del concetto di abito. Nel 1987 Jean-Michel Basquiat sfila per il marchio. Più tardi sarà il turno dell’attore-regista Dennis Hopper. Il casting stesso diventa manifesto artistico.

Il nero è davvero neutro?

Non solo una scelta estetica: il nero diventa la firma di Comme des Garçons. È anche il cuore pulsante della linea Comme des Garçons Black lanciata nel 2009, in piena crisi economica, come dichiarazione di ritorno alle origini. 

Il nero con Rei Kawakubo non è più un colore invisibile associato al lutto. La designer lo tratta come una materia viva. Ne esplora tutte le sfumature, dal carbone al bluastro, dal mat al lucido, dal trasparente al denso. Come ricorda lo storico Michel Pastoureau: “Il nero è un colore fertile”. Ed è proprio questo il paradosso: il nero, colore associato alla morte, nelle mani di Comme des Garçons diventa energia vitale, creazione pura, libertà assoluta. Un terreno vergine da reinventare in ogni stagione. Insomma, uno spazio di libertà.

Il nero di Comme des Garçons dialoga con altre figure chiave della moda d’avanguardia, come Yohji Yamamoto e Ann Demeulemeester, che ne hanno fatto il loro strumento narrativo. Per Rei Kawakubo, il nero non è rinuncia, ma affermazione: un modo di vestire senza esibire, un gesto di opposizione ai diktat dell’apparenza. Il nero diventa così espressione di resistenza: contro la sovraconsumazione, contro l’effimero. Un nero pieno, denso, concepito tanto per lo spirito quanto per il corpo.

Il nero da Comme des Garçons interroga, destabilizza, provoca. È il supporto di una visione radicale della moda, che non cerca consenso ma riflessione. In un mondo saturo di immagini e colori, Rei Kawakubo continua a fare del nero un manifesto: quello di una moda libera, profonda, indomita.

Articolo di Julie Boone.